A 12 anni papà mi ha messo in mano la sua vecchia reflex: “Non toccare la ghiera dei tempi. Per il diaframma: 4.0 se è coperto, 5.6 in ombra e 8.0 con il sole… ah, deve essere sempre alle tue spalle”.

Non mi disse altro, così è cominciata la mia storia fotografica.

Fotografavo paesaggi e persone, ma non ne ero entusiasta.

In cantina c’era una cassa grossa, bianca e sigillata che mi aveva sempre incuriosito. Un pomeriggio, di nascosto, l’aprii: c’erano dentro vaschette, bottigliette, aggeggi strani. Non capendo cosa fossero, a sera lo chiesi a papà, che come unica risposta mi disse: “È una camera oscura”.

Il sabato successivo mi portò un libro, una scatola di carte, due bottiglie di acidi.

Fu l’inizio dell’avventura che non è ancora finita.

Sono timido, non mi piace disturbare, rompere il clima e le dinamiche che si creano tra le persone, ma amo cogliere con discrezione quello che mi emoziona, cerco il senso e il significato di quello che mi circonda.

Fermare gli attimi, catturarne i dettagli, mi fa sentire vivo.